Bhārata Nātyam ovvero danzare lo yoga 9 marzo 2017 – Posted in: Contributi

di Giuditta Pellegrini
Articolo uscito su Yoga Journal di febbraio 2015

L’antichissima danza indiana Bhārata Nātyam utilizza asana in movimento, mudra e una potente tecnica scenica per narrare archetipi universali in cui lo spettatore non può fare a meno di immedesimarsi, sperimentando l’unione fra corpo mente e spirito che è l’essenza dello yoga.

Shiva

Capita sempre meno di rado ormai anche in Italia di poter assistere ad uno spettacolo di danza Bhārata Nātyam, meravigliosa disciplina che sempre di più è oggetto di interesse nel nostro Paese. Come spettatori è difficile rimanere indifferenti a questa pratica raffinata e potente, dove l’arte scenica si fonde allo yoga e l’attore incarna divinità ed eroi per narrarne le storie, infondendo in chi osserva una grande e gioiosa forza interiore.

Nata nel sud dell’India e diffusasi soprattutto in Tamil Nadu la Bhārata Nātyam è una delle più antiche forme di teatro danza e originariamente era prerogativa dalle devadasi, devote di Shiva, che eseguivano questa complessa cerimonia danzata nei templi, rivolte verso le divinità. La tradizione attribuisce l’invenzione della danza a Shiva Nataraja, che danzando crea tutto l’universo.

Nella ritualità dell’antica India la danza ha da sempre ricoperto un ruolo centrale e se ne trovano riferimenti nelle scritture e nelle raffigurazioni murali sin da tempi antichissimi.
Il Natyashastra, o Natya veda è uno dei testi più antichi sulla danza (natya, appunto in sanscrito) e la sua stesura è attribuita a Bharata Muni, da cui la disciplina prende il nome. Ma la parola Bharata, e qui storia e mito si fondono, racchiude nei suoi suoni primari le tre fondamenta su cui si basa il Bhārata Nātyam: bha sta per bhavam e indica l’espressione; ra viene da ragam, la melodia e ta da thalam, che è il ritmo.
Testimonianza di questa antica arte ci viene dai numerosi bassorilievi dei templi del sud dell’india, il cui studio approfondito avvenuto nei primi anni del ‘900 ci ha restituito il Bhārata Nātyam nella forma rigorosamente codificata che oggi conosciamo.

“La cosa secondo me meravigliosa di questa danza è che viene da una tradizione millenaria che ha radici nello yoga e questo lo si avverte. Non si tratta di un mero lavoro fisico, non è una ginnastica, ma è un modo di creare delle connessioni attraverso il movimento, in una profonda integrazione tra corpo, mente e spirito”

spiega Antonella Usai, danzatrice e insegnante di yoga e di Bhārata Nātyam.

“Le asana che utilizziamo sono in alcuni casi le stesse dello yoga, in altri leggermente diverse, ma i principi con cui agiamo sono i medesimi: proprio come nello yoga, il nostro obiettivo è di raggiungere una posizione flessibile stando in quello che mi permette di fare il corpo, perché se la postura non è equilibrata l’energia non circolerà appropriatamente e non raggiungeremo l’efficacia espressiva che cerchiamo”.

 

“C’è un grande lavoro di allungamento: della colonna, dei muscoli, dell’ossatura. Niente è lasciato al caso, si fa un lavoro simmetrico, come se il corpo fosse diviso in due, la parte destra e la sinistra, così come la parte inferiore e superiore tagliate all’ombelico orizzontalmente. Questo ha anche un valore simbolico: c’è una base molto solida, che è la terra, mentre le parti alte corrispondo al cielo e sono dedicate all’espressività a ella morbidezza e questa simmetria rispecchia anche il collegamento fra il nostro io interno e quello universale”

fa notare la danzatrice e insegnante Lucrezia Maniscotti.

“Io credo che la danza Bhārata Nātyam ci mette innanzi tutto in ascolto del nostro corpo, che è anche il nostro tempio. Quando le fondamenta sono salde, e siamo in grado di battere i piedi e sentire la risposta della terra allora entriamo in una sorta di meditazione danzata in cui tutto è codice. Noi diciamo: dove va la mano va l’occhio e la mente segue, creando un silenzio in cui si solleva e viene a galla la coscienza”

ci spiega Nadeshwari Joythimayananda, anche lei danzatrice e insegnante di Yoga.

La parola Natya, con i suoi numerosi significati, ci rivela una tecnica complessa il cui fine è quello di elevare chi osserva. Per stabilire un contatto con lo spettatore il danzatore/attore si avvale quindi di una totalità di tecniche, tra cui le hasta mudra (particolari posizioni delle mani) che servono a cristallizzare l’azione oltre che ad esprimere dei concetti. Inoltre il danzatore attinge ad un’intensa espressività (si dice che anche gli occhi danzino) che non può prescindere da una introiezione dei fatti narrati veramente sentita da parte dell’interprete.

Nelle parole di Haru Kugo, danzatrice dalla lunga esperienza nel Bhārata Nātyam e insegnante di yoga,

Lo sguardo presuppone uno scambio continuo tra chi guarda e chi è guardato, quindi è fondamentale nella danza indiana. Attraverso di esso l’attore trasmette l’emozione, ma questo può avvenire solo se vive l’emozione veramente, se non è una finzione, perché questa empatia permette di stabilire un vero canale di comunicazione con lo spettatore”.

 

“Secondo la teoria indiana dei rasa (che vuol dire gusto, succo, in sanscrito) il danzatore è in grado di evocare i sentimenti principali sia attraverso il gesto che attraverso il rapporto di empatia con il pubblico. Questi deve essere in grado di riconoscere quel particolare stato psicologico o emotivo, perché la sua capacità di discernere permette una risonanza maggiore nella comunicazione del rasa. Affinché avvenga l’esperienza del Rasika, ovvero di colui che partecipa del rasa, è importantissima la simultaneità nella performance e di tutti i suoi elementi: gesto, movimento, ritmo, melodia e poesia”

spiega Marianna Biadene, che vanta una ricca carriera di danzatrice.

Una delle prerogative di questa intensa arte è infatti quella di coinvolgere lo spettatore in modo che esso sia parte attiva della rappresentazione. Abhinaya è il termine che denota la particolare capacità del danzatore di stimolare nel pubblico non solo le emozioni, ma anche una forma di attenzione attiva affinché egli stesso possa vivere le vicende e le sensazioni narrate in quel momento. Fine della danza è infatti quello di aiutare gli essere umani a conseguire gli scopi più alti della vita: l’attore, impersonando i diversi ruoli richiesti dal momento, si libera dal ciclo del Samsara attraverso le diverse vite vissute nella rappresentazione e così facendo dà la possibilità anche a chi osserva di liberarsi.

“La relazione è un aspetto fondamentale di questa danza”

continua Antonella usai.

“Qui il lavoro che si fa nello yoga è indirizzato in questa direzione. Per esempio la postura con cui iniziamo, a piedi uniti con la schiena molto eretta, ricorda un po’ la posizione della montagna (tadasana), ma presenta uno sbilanciamento del petto in avanti che significa che non siamo solo centrati su noi stessi, ma abbiamo il cuore aperto verso il mondo”.
“Una delle sensazioni più belle di questa disciplina”

racconta Giuditta De Concini, insegnante e danzatrice di Bologna

“è che dopo tanta pratica, come nello yoga, avviene che il danzatore riesce a liberarsi di se stesso, divenendo il canale per un principio più alto. Benché tu debba essere molto preparato e concentrato, a un certo punto la danza ti chiede di andare oltre e diventa una forma di meditazione, dove i personaggi e le forme che incarniamo si concretizzano attraverso di noi. È in quel momento che il danzatore diviene un canale che va a raccogliere informazioni nel mondo ulteriore per poi trasferirle al pubblico attraverso il chakra del cuore.
Non si tratta di una comunicazione meramente intellettuale: la conoscenza che viene trasmessa attraverso il Bhārata Nātyam deve essere filtrata e macerata nel corpo dell’attore per poi essere trasmessa”.

 

“Anche il momento della preparazione”

ci dice Nadeshwari

“in cui impieghiamo quasi un’ora per indossare il costume, per il trucco, i gioielli, ecc, è una forma di meditazione, perché ci impone di guardare il nostro ego e di chiederci se stiamo agendo per noi stesse o per servizio. La danza è un momento in cui guardare le emozioni e i pensieri che arrivano e capire in che modo direzionarli”.

La ricchezza di questa disciplina è ciò che la rende così affascinate anche agli occhi di noi occidentali, grazie anche ad un contenuto che rimanda ad archetipi universali nonostante la sua prossimità con la cultura indiana.

“Ellam Onru , si direbbe in Tamil, che significa tutto è uno. Questo vuol dire che c’è un sentire più ampio e anche una facilità di comprendere come tutto possa essere estremamente multiforme e sfaccettato. Passo si danza dopo passo di danza il Bhārata Nātyam ci fa intravedere la molteplicità racchiusa in quell’uno di cui tutti siamo parte”

Continua Giuditta.

“Il Bhārata Nātyam è uno yoga danzato e lo yoga è il regalo che l’India fa al mondo”

conclude Monica gallarate, pioniera della danza Bhārata Nātyam in Italia e prosegue:

“Anche se il costume è indiano, il contenuto dell’arte è archetipica. Infatti tutti noi possiamo riconoscere la forza della trasformazione, ad esempio, anche se non la chiamiamo Shiva. La cultura dell’india ci ricorda che siamo di passaggio e che il percorso per la trascendenza ha delle tappe. Nella danza, la materia non può essere primaria se non vogliamo fermarci alla pura tecnica: per quanto famosi e virtuosi noi possiamo diventare, questa danza ci insegna che il nostro valore interiore si valuta in base a quanto possiamo dedicarci a ciò che facciamo e non a quanto il mondo ci risponde”.

 

Le danzatrici intervistate:

Giuditta de Concini si accosta allo studio della danza contemporanea nel 1996.
Nel 2002 intraprende lo studio del Bhārata Nātyam con Nuria Sala Grau ed effettua numerosi stage in India con i più importanti maestri indiani quali Leela Samson, Meena Raman e Priyadarsini Govind. Dal 2005 unisce allo studio del Bhārata Nātyam la pratica dello yoga Sivanada e Kundalini e una ricca attività performativa. Organizza corsi, eventi, seminari e spettacoli legati alla cultura indiana con l’Associazione Culturale Jaya.
www.associazionejaya.it

Antonella Usai inizia a otto anni lo studio della danza. Nel 2000 una borsa di studio le permette di soggiornare in India per sei anni diplomandosi in Bhārata Nātyam presso la Darpana Academy of Performing arts di Ahmedabad sotto la guida di alcuni tra i più rinomati docenti indiani.
Prima danzatrice occidentale ad essere ingaggiata dalla Compagnia di Mrinalini e Mallika Sarabhai, è insegnante, coreografa e fondatrice della Compagnia di danza N.A.D.
www.compagnianad.it

Marianna Biadene inizia la formazione in danza Bhārata Nātyam nel 1999 presso la Fondazione Cini di Venezia con i maestri Savitri Nair e di C.V. Chandrasekhar. Trascorre lunghi periodi di studio in India, perfezionandosi presso la prestigiosa accademia Kalakshetra Foundation di Chennai. Oltre alle numerose collaborazioni artistiche insegna nel Regno Unito e in Italia ed è Direttore Artistico di NATYAKALA, rassegna veneziana di teatro-danza e musica classica indiana con la partecipazione di artisti di richiamo internazionale.
mariannabiadene.blogspot.it
natyakala-ve.blogspot.it

Haru Kugo intraprende lo studio del Bhārata Nāṭyam nel 1993 sotto la guida di Monica Gallarate e di Maresa Moglia. Nel 1998 trascorre tre anni di studio intensivo a Chennai presso la Kalakshetra Art Academy l’Hasta School for Dance. Nel 2001 completa il Teachers Training Course presso lo Sivananda Yoga Ashram di Neyyar Dam, Kerala, e consegue il diploma internazionale di Yoga Shiromani, che insegna insieme al Bhārata Nāṭyam.
harukugo.com

Lucrezia Maniscotti è laureata in Indologia presso l’Università degli Studi di Milano e diplomata in Bhārata Nātyam presso la scuola Bharata Choodamani di Chennai. In India studia canto carnatico e solfeggio ritmico con Seetharama Sharma e espressività con Indira Kadambi, approfondisce con le insegnanti Leela Samson e Meena Raman. Debutta al tempio Kapalishwara di Chennai nel 2009. Fondatrice dell’associazione Sagome Teatro è danzatrice e coreografa del gruppo DuniaTrio e della compagnia Mallika.
bharatanatyamlucrezia.blogspot.it

Monica Gallarate inizia ad interessarsi al teatro-danza indiano nel 1980. Nel 1985 comincia lo studio della danza Bhārata Nātyam con Maresa Moglia e poi con la direttrice dell’accademia Kalakshetra di Chennai Krishnaveni Lakshmanan, e con Savitri Nair, C.V. Chandrashekar, Yamini Krishnamurti.
Nel corso degli anni ha creato un proprio modo di presentare gli spettacoli di Bhārata Nātyam, e oltre all’attività come coreografa, insegna regolarmente. E’ autrice del libro India a passo di danza, ed. GiveMeAChance, 2014
monicagallarate.wordpress.com

Nadeshwari Joythimayananda è nata in Sri Lanka ed è cresciuta in Italia. Ha acquisito la conoscenza dell’Ayurveda e dello Yoga sotto la guida del padre Vaidya Swami Jothimayananda.
Dall’età di 9 anni studia Bhārata Nātyam e canto Karnatik.
Dal 2011 apprende il lavoro energetico sciamanico con la guida Homaya Amar e frequenta l’Agama school of Tantra Yoga in Thailandia. In India approfondisce l’aspetto della meditazione e dei Mantra nel Tantra Yoga e unisce le diverse esperienze nel progetto Danzando la Dea.
danzaladea.blogspot.it

Link:
www.associazionejaya.it
www.compagnianad.it
www.danzaladea.blogspot.it
www.harukugo.com
www.bharatanatyamlucrezia.blogspot.it
www.monicagallarate.wordpress.com
www.mariannabiadene.blogspot.it
www.natyakala-ve.blogspot.it

foto: Shiva Nataraja- Signore della danza-con il piede destro schiaccia il demone dell’ignoranza, la gamba sinistra offre protezione,la mano destra allontana la paura e il braccio sinistro ricorda la proboscide Ganesh, il Dio dalla testa di elefante che rimnuove gli ostacoli.

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